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La Costituzione, sessant’anni e nuovi dibattiti

La Costituzione italiana ha compiuto sessant’anni lo scorso 27 dicembre. Una ricorrenza che può essere l’occasione per riprendere il tema delle radici cristiane dell’Europa. Questa volta senza sponde ideologiche finalizzate solo a rafforzare il potere del proprio partito
di Ada Bagnato Ranieri*

Il 27 dicembre 1947 fu promulgata la Costituzione italiana. Sono passati sessant’anni. Sessant’anni di silenzio intorno a un fatto storico di grandissima portata sol che si pensi al sacrificio di tanti patrioti del nostro risorgimento che si sono immolati per la libertà e per l’autodeterminazione e che hanno visto svanire, spesso con la loro vita, il sogno di avere una Costituzione per uno stato unitario. È forse arrivato il momento di fare qualche riflessione poiché tanto oggi si sta parlando di Costituzione europea e le difficoltà che si stanno incontrando rinviano, con le dovute proporzioni, al travaglio occorso per dare una Costituzione alla neonata Repubblica italiana dalle ceneri di una guerra, da una sconfitta umiliante, da una dittatura i cui danni post-bellici certamente condizionarono anche il lavoro dei costituenti. Una cosa forse è poco nota e va detta. Nel 1946 Papa Pio XII fece compilare una Costituzione cattolica che aveva l’ambizione di essere parametro della istituenda Costituzione dell’Italia repubblicana e di far passare la religione cattolica come religione di Stato. Cosa un po’ complicata, se si considera che a redigere la legge fondamentale dello stato furono chiamati fior di costituzionalisti di area cattolica e partigiani dei comitati di liberazione di fede comunista. In breve, proprio dal Vaticano giunse in tempo un freno a ogni tipo di imposizione a carattere confessionale per non confliggere con la cultura laica che contestava la Chiesa più attenta ai beni materiali che a quelli spirituali, e dunque cauta a riaccendere polemiche. È la storica “prudenza intrinseca” della Chiesa per non produrre “accidenti estrinsechi” secondo la lezione machiavelliana.

Un passato comune Alla luce di quanto detto, viene spontaneo domandarsi se i tempi siano maturi per riprendere il tema delle radici cristiane dell’Europa per le quali tanto si è battuto Giovanni Paolo II. Il Papa lo ha fatto in nome di un nuovo ecumenismo fatto di contiguità con tutte le confessioni religiose e che rende più affascinante il fatto che alla fine il Cristianesimo, in particolare la sua fede cattolica, segnò la differenza. Purtroppo c’è stata una sponda ideologica che ha sostenuto le ragioni delle radici cristiane dando spazio ad argomentazioni poco persuasive, per le posizioni ideologiche che vantano l’ispirazione cattolica al fine di rafforzare il potere del proprio partito. È la patologia del bene, perché si danneggiano le vere ragioni per le quali lo vogliamo conseguire. Più opportuno sarebbe trovare compattezza sui modi con cui sostenere il principio sul quale far convergere i costituenti europei. Per esempio rinviarsi a quel passato che si ritrova nella lettura della Bibbia. Quel passato comune a tutte le religioni che è il vero legame del mondo europeo, che da questo passato prende luce e anche spazio, perché ci ricorda che c’è un tempo che non può avere fine nella memoria perché proprio quel tempo ci ha portato nel futuro, penetrando nei nostri cuori attraverso i secoli. Non più allora uno sterile invito alla fede ma una comune ricerca di quel respiro cristiano per farci capire cosa ancora abbia da dirci quel Dio che insieme a noi ha attraversato luoghi così diversi e così familiari. Riprendiamo, dunque, a parlare di radici cristiane pensando all’Europa con l’audacia di chi rinuncia all’esercizio un po’ miope della fede per perseguire l’intelligenza dei segni dei tempi nuovi che penetrano nella nostra mente soprattutto con la cifra del passato.

*Ada Bagnato Ranieri, Stampa cattolica regione Puglia